Blockchain: la prossima rivoluzione?

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    Blockchain: la prossima rivoluzione?

    Qualcuno potrà avere già sentito parlare di Blockchain, magari in relazione alle criptovalute, oppure alle nuove applicazioni che stanno rivoluzionando l'universo della supply chain.

    Altri, avranno magari sentito il recente spot radiofonico di Accenture, nel quale si menziona apertamente che nelle sue soluzioni Blockchain ci sono anche applicazioni inerenti al DRM (digital rights management) e perciò alla gestione dei diritti provenienti da opere d'arte. Lo spot parla espressamente di tutela di opere musicali.

    Un sistema Blockchain, in parole molto povere, è come un "libro contabile condiviso" in cui ogni transazione è scritta e crittografata, ed indissolubilmente legata alla transazione precedente. Questo rende ogni transazione visibile a tutti e virtualmente inalterabile, perciò nel caso della diffusione di un'opera d'arte garantisce la paternità da un lato, e la contabilità certa delle transazioni di cui è stata oggetto in tempo reale.

    Vi invito a leggere un interessante documento di Accenture in merito. Diverse startup intorno al mondo comunque sono nate o stanno nascendo espressamente per la tutela di opere artistiche.


    Per l'artista è sempre stato un problema avere una contabilità della fruizione della propria opera. SIAE, ad esempio, contabilizza solo determinati eventi, e rendiconta dopo tempi secolari.

    Questa nuova tecnologia potrebbe in effetti cambiare molte cose in tempi brevi.
    Con la doverosa premessa che lavoro per un'azienda concorrente (anche se il tipo di cliente che seguo è quanto di più distante ci possa essere dal settore dei media) e che la mia visione sull'argomento, per quanto mi sforzi di evitarlo, potrebbe non essere del tutto imparziale.


    Quel documento secondo ha almeno due grosse debolezze:

    1 - Ammesso e non concesso che questa tecnologia migliori la rendicontazione degli utilizzi (ma non so quanto serva a realtà come youtube o spotify, che credo siano già perfettamente in grado di contare in modo preciso gli stream anche senza utilizzare blockchain), la necessità per l'artista di passare per delle società di collecting rimane invariato (perché per un singolo diventa ingestibile fare arte e al tempo stesso seguire tutta la monetizzazione da una marea di fonti diverse, non si tratta di farsi pagare solo da due-tre fonti tipo youtube e spotify...). La tecnologia può migliorare l'efficienza della società di collecting (e magari aprire la strada alla concorrenza nel settore? penso al nostro paese cough cough), però poi ci vuole la volontà di essere davvero efficienti... A meno di non integrare anche dei pagamenti distribuiti tramite blockchain (riuscendo forse a bypassare la necessità delle società di collecting?), però è necessaria una volontà sovranazionale a riconoscere uno standard univoco e riconosciuto...

    2 - Ammesso che questo funzioni per l'utilizzo in streaming ad uso privato, come la mettiamo con gli eventi pubblici? Nel senso: come si fa ad assicurarsi che un brano che sta venendo ascoltato in una discoteca da mille persone venga effettivamente monetizzato per i mille presenti e non per un numero di fruitori più basso?


    Qualche spunto di quel documento è carino, però l'obiettivo del documento non è divulgativo, bensì vuole vendere il sogno e di conseguenza i servizi (di consulenza o di altro tipo) offerti dalla società che l'ha scritto. A me gli scenari descritti sembrano un po' fumosi e, mi metto nei panni dell'artista, non riesco a capire bene le modalità con cui mi dovrebbero arrivare i soldi in tasca. Sarà un mio limite che sono ignorante in materia di blockchain, però mi sembra che il documento insista nel dire "con blockchain possiamo migliorare questo ambito critico" senza dare però la visione d'insieme di tutto il sistema e di ciò che comporta.
    Ma solo perché è una brochure di ACN, se l'avesse scritto l'azienda per cui lavoro non sarei autorizzato a pensarlo :/
    Il rispetto si costruisce solo insieme.
    Ulteriori considerazioni in ordine sparso:
    - viene realizzata una soluzione blockchain su misura per ogni piattaforma (es: una per spotify, una per youtube, ecc) oppure un'unica soluzione globale condivisa da tutti?
    - chi detiene le chiavi della soluzione blokchain adottata (è uno standard "aperto" almeno a chi ha adottato la specifica implementazione, oppure è una soluzione proprietaria venduta come servizio da uno specifico fornitore, con l'evidente rischio di vendor lock-in che questo comporta)?
    - in caso di soluzioni proprietarie, c'è il rischio di trovarsi a convivere con N soluzioni blockchain tra loro incompatibili (almeno tante quante saranno i vendor in questo settore) adottate da M servizi/paesi diversi?
    - come verrà gestita la monetizzazione in caso di "fair use" (o meglio: come si farà a accertare in modo automatico e sicuro il contesto di utilizzo, e magari permettere di non far pagare delle brevissime citazioni a titolo illustrativo/divulgativo)?


    La mia preoccupazione è che una cosa del genere, se fatta sull'onda dell'entusiasmo, possa dare un potere troppo ampio ad uno specifico fornitore. Se l'utilizzo rimanesse nell'ambito di una specifica società (ad esempio venisse utilizzato da un servizio tipo spotify come elemento tecnico per erogare i propri servizi, però poi il pagamento arrivasse all'artista secondo le modalità tradizionali), potrei dire "poco male" (al di là del possibile vendor lock-in su un aspetto che potrebbe risultare "critico" per il tipo il business dell'azienda, che mi fa necessariamente storcere il naso).

    Però uno spot radiofonico mi fa pensare ad un target più generalista. Non è un problema se l'obiettivo è il "brand awareness" rivolto al privato (detto in altre parole: siamo in fighi perché usiamo la "tecnologia del momento" - un po' come la parola "cloud" che era sulla bocca di tutti circa 5 anni fa - a te magari serve tutt'altro però poi vieni ugualmente da noi perché ci consideri fighi); mentre mi spaventa un po' se questo tipo di brand awareness dovesse servire a vendere una soluzione blockchain proprietaria a delle realtà pubbliche (magari sull'onda emotiva del "questi hanno la tecnologia che va di moda in questo momento"), per il rischio di vendor lock-in.


    I miei 2 cents (spero non politicamente scorretti).
    Il rispetto si costruisce solo insieme.
    Tutte argomentazioni in parte condivisibili.

    Il fatto però è che la situazione attuale della raccolta è il paradigma dell'obsolescenza: qualcuno forse se n'è accorto ed ha individuato una succulenta opportunità di business.
    Attualmente tutte le big four e le varie società di consulenza "di peso" stanno buttando fuori soluzioni basate su Blockchain, e il fatto che Accenture (non una startup o un'azienda di settore) tiri fuori e pubblicizzi apertamente una soluzione mirata al DRM, beh... è una novità senza precedenti.

    Non credo che le cose possano cambiare dal basso, comunque. E' più probabile che una o due grosse case discografiche possano decidere di adottare questo tipo di soluzione per poi portarsi dietro tutto il resto.
    È un'opportunità di business molto più che succulenta.
    La mia preoccupazione è che possa essere una nuova frontiera di oligopolio/monopolio (soprattutto vedendo come va il mercato dell'informatica, dove spesso chi arriva per primo piglia tutto o quasi).

    La situazione attuale del collecting ha sicuramente dei grossi limiti e ha bisogno di una svecchiata, però temo anche che il nuovo non porterà tutti i vantaggi paventati (almeno per chi è piccolo) e magari aprirà pure nuovi problemi che ora non esistono.


    Sicuramente è un cambiamento che non può partire dal basso, però mi aspetterei che una certa sensibilità all'innovazione tecnologica ci fosse nelle grandi case discografiche e nelle società di collecting (anche perché l'alternativa è tra innovare o venire superati da chi, nonostante tutto, decide di fare quel tipo di innovazione). Invece ACN nella sua comunicazione si sta rivolgendo direttamente ad un pubblico generalista, come se collecting e case discografiche non contassero più nulla (e probabilmente contano sempre meno nel momento in cui la fruizione di sposta pesantemente sullo streaming e di conseguenza nelle mani delle società di informatica, che possono puntare a conquistare tutta la filiera, dalla commissione alla distribuzione dell'opera fino al collecting delle royalties).

    Le case discografiche hanno il catalogo dei brani vecchi, ma le aziende di informatica possiedono l'infrastruttura di distribuzione e fruizione (che a mio avviso le mette nella posizione di maggior forza).


    L'innovazione a me va benissimo (anche perché, banalmente, significa lavoro per la mia categoria professionale!), però da utilizzatore finale ci andrei con i piedi di piombo. Soprattutto per capire chi possiede l'infrastruttura e la tecnologia (un conto è comprare delle competenze, della manodopera, sotto forma di consulenza; un altro è comprare un pacchetto completo in stile "software as service", in cui la società di consulenza ha in mano l'infrastruttura e la gestione del processo).


    Opinioni personali, ovviamente.
    Il rispetto si costruisce solo insieme.
    Appunto, è già di fatto un oligopolio.
    I colossi tipo Apple e Google attualmente si mangiano la torta, e a chi la musica la fa (case discografiche incluse) lasciano le briciole.

    E le (vecchie) società di raccolta non sono altro che un costo inutile.

    Ridare alle case discografiche un po' di controllo sulle transazioni io la vedo come una cosa positiva, perché quando si sono trovate di punto in bianco senza un "oggetto" da vendere tutto il loro business model è saltato per aria. Un sistema che oggettivizza la proprietà e la fruizione attraverso le varie piattaforme potrebbe restituire un minimo di potere a chi la musica la fa o la pubblica.
    Il fatto è che secondo me quel controllo sulle transazioni non andrà in mano alle case discografiche, ma a chi metterà in piedi l'infrastruttura (ACN o chi per essa).

    Perché poi servirà del software per poter consultare le rendicontazioni, ci dovranno essere delle librerie di codice (che mi aspetto siano proprietarie) da integrare nei programmi che vorranno lavorare con quei media con tecnologia blockchain (o anche solo riprodurli), ci dovrà essere una qualche struttura di tipo bancario per veicolare i flussi di denaro contante dal fruitore pagante fino all'artista....

    E tutto quel che comporta la vita dell'infrastruttura (sviluppo e manutenzione del software, licenze a terze parti delle librerie, magari con annesso pacchetto di consulenza per l'integrazione nel proprio prodotto...) passa per il fornitore, che magari potrebbe decidere di mettere un costo di iscrizione per accedere al servizio di collecting e/o di prendere una percentuale fissa sul quanto raccolto (e si troverebbe in una posizione di forza da poterci provare... poi magari le autorità antitrust intervengono, ma intanto...).

    Per le società di informatica ci sono evidenti possibilità di lavoro e di fare business.


    Qual è invece il valore della casa discografica in questo scenario? Finanziare l'opera dell'artista? Possono farlo anche le società di informatica (non penso abbiano problemi di liquidità). Occuparsi della promozione? Possono farlo anche le società di informatica (limitatamente ai propri canali), verosimilmente in modo molto più mirato (non a caso quella brochure accennava qualcosa pure sulla promozione a pagina 13).


    Secondo me è destinato a finire tutto fagocitato dalle società di informatica.... e non so come possano andare le cose per gli artisti, forse le ripartizioni sarebbero più meritocratiche (e magari diventa una fonte di reddito più sicuro), ma al tempo stesso la libertà di espressione e il potere di negoziazione rischiano di venire intaccati nel caso di un oligopolio/monopolio (più stretto di quello attuale delle vecchie major, s'intende).
    È un destino segnato per le case discografiche e le società di collecting, a meno che non si diano una svecchiata riuscendo ad offrire qualcosa che le società di informatica non sono in grado di avere in-house (e francamente non ho idea di cosa potrebbero offrire). Questo a prescindere da come andranno le cose per la tecnologia blockchain.



    Poi, mi sbaglierò, ma "blockchain" mi sembra tanto simile al "cloud" di qualche anno fa: una parolina magica con cui vendere di tutto facendo sentire l'acquirente sulla cresta della tecnologia, senza che abbia ben chiaro cosa si sta portando a casa (e quanto potere sta cedendo al fornitore con tale scelta). È un po' più consistente rispetto al concetto di cloud, ma a livello di marketing mi sembra giochi lo stesso ruolo.

    A me certi spot suonano molto più come "brand awareness" che come reali ricadute tecnologiche nella vita di tutti i giorni.


    Opinioni personali ovviamente.
    Il rispetto si costruisce solo insieme.

    sin night ha scritto:

    Il fatto è che secondo me quel controllo sulle transazioni non andrà in mano alle case discografiche, ma a chi metterà in piedi l'infrastruttura (ACN o chi per essa).



    Qui non ti seguo.
    Ovvio che le transazioni vengono tracciate in maniera condivisa e "democratica", perciò le informazioni (e i relativi diritti sul ricavato) vanno ai legittimi proprietari.
    Non capisco quale sia il valore aggiunto che le case discografiche potrebbero portare e che giustificherebbe il loro coinvolgimento nelle transazioni... cosa impedisce all'artista di fornire i contenuti direttamente alle società di informatica, che a loro volta potrebbero pagare direttamente l'artista (specialmente nel momento in cui hanno le mani in pasta nel processo di collecting)? Non si parla di non pagare i legittimi proprietari, bensì di eliminare dal processo un attore che non aggiunge nulla di sostanziale (la casa discografica).


    Inoltre anche se le informazioni sugli utilizzi verrebbero archiviate in modo distribuito e condiviso, ci metterei la mano sul fuoco che ci sia l'intenzione di mantenere strettamente centralizzata gestione dei flussi di denaro sonante (nella migliore delle ipotesi gestendolo tramite le società di collecting già esistenti, che in qualche modo sarebbero costrette a comprare qualche tipo di servizio/software da ACN; nella peggiore delle ipotesi sostituendosi direttamente alle società di collecting).

    E non sarebbe neppure strano che chiedessero dei pagamenti per i servizi svolti (come minimo devono sviluppare e mantenere aggiornato il software necessario), sotto forma di iscrizione periodica o come percentuale sulle transazioni. Se ci ho pensato io che sono uno stupido programmatore, sicuramente ai piani alti hanno colto già da tempo le opportunità di business legate alla gestione diretta di questo processo.
    E una volta che la gestione è in mano ad un simile oligopolio/monopolio, possono fare quasi tutto quello che vogliono in termini di policy e tariffe.


    Cambia la tecnologia di gestione, magari diventerà più efficiente, ma qualcuno ci farà ugualmente un bel business sulla gestione del processo. È per questo che sono molto tiepido sui reali benefici...
    Il rispetto si costruisce solo insieme.

    sin night ha scritto:

    Non capisco quale sia il valore aggiunto che le case discografiche potrebbero portare e che giustificherebbe il loro coinvolgimento nelle transazioni...


    Il business è crollato perché gli editori si sono ritrovati all'improvviso senza un prodotto fisico da vendere.
    Un sistema che consente di tracciare e valorizzare ogni transazione, dalla vendita fisica del cd, alla fruizione su piattaforme autorizzate, alla vendita dei biglietti dei concerti in tempo reale e senza il coinvolgimento delle obsolete società di raccolta sulla carta è una svolta.

    Se poi ci metti anche il fatto che puoi integrare tutta la catena del valore, e incorporare costi di produzione, promozione e vendita a me sembra una bella opportunità per sviluppare affari in maniera trasparente.

    Così l'artista fa l'artista, e l'editore fa l'editore e (quel che è importante) viene reso trasparente il valore che una determinata opera musicale genera, e mi pare un salto in avanti bello lungo.

    Oggi come oggi chi vede i soldi sono solo i portali.